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mercoledì 6 marzo 2019


Parla il Regista di Red Land “Le Foibe furono un genocidio” | Intervista a Maximiliano Hernando Bruno

Red Land – Rosso Istria è il primo film che racconta una delle pagine più nere (e dimenticate) della Storia: le Foibe e l’esodo degli italiani istriani. E’ il primo film diretto da Maximiliano Hernando Bruno, giovane italo argentino già attore e produttore che con il suo esordio da regista ha vinto il Premio Histria Terra 2019. Il regista si racconta a Ticinolive. 
Maximiliano Hernando Bruno sul set 

 Come mai ha scelto di raccontare Le Foibe?
Erano più di 10 anni che volevamo raccontare questa pagina nera della storia al cinema: lo avevamo già fatto attraverso una serie di documentari sull’esodo istriano, raccontando la storia di Norma Cossetto e delle Foibe. Avevamo però il bisogno di raccontarlo anche attraverso un progetto più grande (il documentario rimane relegato a qualcosa di più piccolo, a differenza di un film) e la mia idea era di puntare su un qualcosa che potesse avere un forte impatto visivo. Il film dà delle emozioni visive forti, che rimangono impresse. Così è nato Red Land. Sapevo già che di questo film se ne sarebbe parlato molto e che, se ci fossero state delle falle a livello tecnico, sarebbe stato facilmente attaccabile. È per questo che ho curato al massimo ogni aspetto del film: dalle scenografie ai costumi, puntando sia su nomi forti come Franco NeroGeraldine Chaplin e Sandra Ceccarelli sia su attori giovani e bravi, dalla recitazione molto vera. Sono riuscito nel mio intento, poiché le critiche giunte sono infatti concentrate unicamente su aspetti politici (discutibili): parliamo di persone che vogliono negare quello che veramente è accaduto. A tal proposito il Presidente Mattarella si è espresso in maniera molto chiara, riconoscendo, per la prima volta nella storia della repubblica Italiana che il massacro delle foibe fu effettuato su civili e innocenti.  Raccontare questa storia attraverso il cinema ha permesso all’opera cinematografica che ne è nata non solo di raggiungere tutta l’Italia [dopo essere uscito al cinema, trasmesso in via eccezionale in prima visione ha raggiunto un milione di spettatori, N.D.R] ma anche di oltrepassarne i confini: la prima tappa transnazionale sarà infatti a Los Angeles, il 20 febbraio.
Il regista e Maria Vittoria Casarotti Todeschini (Licia nel film)

Le sue origini italo-argentine hanno influito sulla scelta della tematica storica?
Ho nonni e mamma italiani, mentre mio papà è argentino nato da genitori spagnoli. Io sono nato in Argentina e sono ritornato in Italia all’età di 11 anni, quando mia mamma ha sentito il bisogno di ritornare nella sua terra d’origine. In me v’è un mix di cultura italica e ispanica. Certamente la storia che riguarda la mia famiglia ha influito sul film che ho prodotto e diretto: alla base v’è la Seconda Guerra Mondiale che coinvolse i miei nonni che scapparono dai bombardamenti su Scafa, in provincia di Pescara, ed emigrarono in Argentina. La tematica delle foibe non ha toccato la mia famiglia, ma l’esodo e il dover lasciare la propria terra sì. Quello che accadde per gli istriani è successo anche per i miei nonni.
Prima di dirigere, ha recitato, tra gli altri film, anche nel Leone di Vetro, film sul Veneto preunitario. Cosa pensa del revisionismo storico?
Revisionismo storico in realtà non è una brutta parola. Andare a rivedere la storia e far riemergere certe sfumature messe da parte non è un male ma un bene, è importante per capire meglio. Se nell’analisi della Seconda Guerra Mondiale ci si limita a raccontare che hanno vinto i buoni contro i cattivi è riduttivo per quella che invece è stata una guerra piena di sfumature molto più complessa, in cui occorre tirare fuori ogni aspetto, ogni verità. In Istria i partigiani iugoslavi compirono un gesto criminale: vennero infoibate persone che non erano fasciste, che non avevano ucciso nessuno. È un fatto che va raccontato, proprio per non ritornarne alla narrazione buoni vs cattivi, e non vale solo per questa vicenda, ve ne sono molte altre di scomode: ad esempio i vari casi di stupro da parte degli americani e dei canadesi in Francia, in un territorio in realtà amico, che era da liberare, o da parte dei sovietici che scendevano verso la Germania, passando per la Polonia… il revisionismo è buona cosa, che ci permette di raggiungere la consapevolezza che ci serve per farci capire quanto la guerra sia sporca: se combatti, prima o poi ti macchierai di sangue.
Regista e attore. Maximiliano Hernando Bruno (a sx) nei panni del partigiano Giorgio

Com’è stato il passaggio da attore a regista?

Non è stato difficile: conoscendo il mestiere dell’attore, e conoscendo anche quello che l’attore prova durante le riprese, ho potuto confrontarmi con gli attori per capire come affrontare le scene. Conoscevo il loro linguaggio, e ho lavoravo con esempi e meccanismi che prima di loro avevo studiato anch’io. Il problema di molti registi è che non sanno comunicare con gli attori, perché non hanno mai fatto una scuola di recitazione e non si sono mai trovati oltre la telecamera, mentre per me tutto ciò è stato semplice. Avevo in mente in maniera molto forte cosa volevo raccontare e come volevo farlo e quindi molte volte ho improvvisato.  È stato tutto molto fluido, nonostante fosse il mio primo film mi sono sentito molto a mio agio e ho scoperto nelle mie corde qualcosa di recondito che prima non conoscevo. L’esperienza di stare dall’altra parte della videocamera mi ha fatto capire molto più di quanto mi aspettassi.
Red Land sbarcherà a Los Angeles, il 20 febbraio. Cosa prova?
Parto domenica, con Franco Nero sarò alla proiezione al Chinese Theatre il 20 febbraio. Ho vissuto negli USA: un anno a Los Angeles, un anno a New York… studiavo, recitavo, lavoravo… ma tornarvi per presentare il mio film, ora, è un sogno. È il chiudersi di un cerchio di vent’anni di carriera, sono emozioni molto forti che talvolta non riesci a vivere pienamente, perché sei preso dal lavoro, ma ogni tanto ti fermi a riflettere e le consideri in tutta la sua grandezza.
Com’è stata la ricostruzione storica di Red Land? Dove avete girato le scene principali?
È stata una ricostruzione scenica molto complessa, abbiamo girato in tanti posti diversi. Abbiamo ricostruito a livello scenografico l’Istria, e per farlo abbiamo scelto location del tutto diverse, a livello di locazione. Dai paesi dell’Istria al Veneto, dove, sui colli di Arquà Petrarca abbiamo girato alcune scene che riguardano il paese di Visinada. abbiamo reso lo stesso paese con location diverse, poiché la macchina del cinema annulla tali differenze. È stato invece un aspetto molto difficile girare un film storico, ambientato nel ’43: abbiamo dovuto ricreare tutto quello che c’era all’epoca, macchine, manifesti, e stare attenti ad ogni tipo di inquinamento: dalle antenne, ai cavi, a qualsiasi cosa moderna. Per quanto riguarda invece le scene delle foibe è stato difficile trovare luoghi in cui fosse possibile girare: in una foiba, in effetti, c’è il rischio di cadere e farsi seriamente male, così abbiamo optato per girare in due foibe diverse, una per l’approccio dei condannati sopra di essa e un’altra per le cadute delle vittime in essa. Bisognava trovare anche un posto comodo per le riprese e sicuro per gli attori.
Nel film da lei diretto, interpreta anche un personaggio importante. Com’è recitare nel film che si dirige? 
Ero coinvolto così tanto nel film che mi veniva in automatico trovarmi dall’altra parte della macchina da presa, non pensavo fosse stato così facile per me immedesimarmi in più ruoli, forse proprio il fatto che il regista fossi io questo mi ha permesso di andare in scena più rilassato: conoscendo il dettaglio ero più fluido del normale. E poi, avendo più cose sui cui concentrarmi mi ha consentito di essere più libero: il regista ero io, non ero condizionato da altre persone, potevo veramente seguire totalmente il mio istinto.
Com’è stato lavorare con attori famosi come Franco Nero, Geraldine Chaplin e Sandra Ceccarelli?
Certi attori non si dirigono, si lasciano fare. Franco Nero, come Geraldine Chaplin e Sandra Ceccarelli sono degli attori coi quali basta poco: non serve più di tanto, basta raccontare loro la scena. Sono molto disponibili, alla mano, sicuri di loro stessi e quindi questo crea un clima di lavoro molto buono, tirano fuori quello che sanno fare.
Come hai scelto gli attori protagonisti non noti?
Alcuni li conoscevo già, altri li ho scoperti io. Anche quelli apparentemente meno conosciuti hanno un’esperienza molto forte alle spalle: Selene Gandini che al cinema ha fatto pochi ruoli, ha però una carriera teatrale molto importante, era la pupilla di Albertazzi da quando era bambina e sul set è riuscita a tirare fuori cose sensazionali. Non era assolutamente facile: dalla scena dello stupro, ad altre scene girate in inverno, seminuda… quello di Norma Cossetto era un ruolo molto difficile, lei è stata molto avvantaggiata dalla somiglianza con il personaggio, che ha influito molto sulla scelta di lei come attrice. Sono felice poi di aver dato volti nuovi al cinema, scoprendo talenti, come Romeo Grabensek: l’ho scoperto durante un provino a Trieste, è veramente fantastico. Con altri come Diego Pagotto e Carla Stella avevo già lavorato a il Leone di Vetro, con Eleonora Bolla in un docufilm su Hemingway.  L’atteggiamento degli attori più giovani al cospetto di “mostri sacri” come Franco Nero e gli altri è stato di fiducia e di rispetto, portando così a una magnifica cooperazione.
Maximiliano Hernando Bruno dirige Franco Nero
Selene Gandini
Il 10 febbraio, giorno del Ricordo, è stato alla presidenza della Repubblica assieme a Franco Nero e il Premier Conte. Com’è stato?
Veramente un’esperienza forte, perché in quel momento c’è stato un cambio, un abbattimento di un muro che durava da diverso tempo. Per la prima volta nella storia della Repubblica, un Presidente ha detto le cose come stanno, affermando che quello che è successo non è stato come alcuni negazionisti vogliono asserire, ovvero una vendetta dei comunisti nei confronti dei fascisti, ma una vera e propria una caccia all’italiano: le foibe furono un genocidio. Il riscontro nazionale delle parole del presidente Mattarella è senz’altro una svolta storica all’interno del nostro paese. Una storia che finora era stata espressa in maniera blanda dopo l’istituzione del giorno del Ricordo, è stata finalmente resa chiara da parte della massima autorità. Le foibe non furono una vendetta su pochi, ma un atto criminale, un genocidio da parte dei comunisti iugoslavi su persone che spesso col fascismo non avevano nulla a che fare ma erano solo italiani.
Maximiliano Hernando Bruno con Geraldine Chaplin
Il suo Red Land è, all’occhio più colto, un film di altissimo livello, anche psicologico – interiore…
Quello che ho messo nel film fa parte di me, è la mia presa di coscienza avuta in questi anni nei quali mi sono dedicato a me stesso, oltre che dedicarmi al cinema. Ho avuto percorsi spirituali, sull’invisibile, sull’animo umano, sull’agire dell’inconscio. La mia è stata una ricerca molto vasta, un percorso di studio molto importante: dalla psicologia umana a come agisce il subconscio nelle persone, ho studiato anche il paranormale, e di tutto ciò credo che molto sia filtrato nel mio film. 10 persone lo racconterebbero in 10 modi diversi, ognuno a seconda del proprio percorso. Ed è questo che volevo fare: toccare l’archetipo dell’essere umano.
Sul set di Red Land
Intervista a cura di Chantal Fantuzzi

venerdì 25 novembre 2016

Geraldine Chaplin racconta l'esodo nel film RED LAND (Rosso Istria) di Maximiliano Hernando Bruno


Geraldine Chaplin: «Racconto l’esodo»

La figlia del grande Charlot è a Trieste per girare “Rosso Istria” film sulla morte di Norma Cossetto

TRIESTE. Geraldine Chaplin è a Trieste. L'attrice britannica, figlia primogenita di Charlie Chaplin e della sua quarta moglie Oona O'Neill, nipote del drammaturgo statunitense Premio Nobel per la letteratura Eugene O'Neill, è arrivata ieri pomeriggio in città con l'intenzione di trattenersi solo per un giorno, impegnata al Magazzino 18 sul set del film "Rosso Istria". Il lungometraggio, che porterà la firma dell'attore argentino Maximiliano Hernando Bruno, passato per la prima volta dietro alla macchina da presa, è ispirato alle vicende di Norma Cossetto, studentessa istriana seviziata e uccisa da un gruppo di partigiani nel 1943. Prodotto dalla Venice Film, "Rosso Istria" è stato scritto da Antonio Belluco, già al centro di polemiche per il suo precedente "Il segreto di Italia". Uno dei produttori, Alessandro Centenaro, mette le mani avanti: «Questa non è una storia di parte - afferma - e siamo indignati che la Film Commission Fvg non abbia sostenuto il progetto». «Il progetto è stato esaminato dalla commissione - replica Federico Poillucci, presidente della Film Commission - la valutazione non dipende solo dalla valenza storica e territoriale del progetto, ma anche da criteri di tipo industriale, produttivo e distributivo che non erano sufficienti». Accanto a Geraldine Chaplin, estranea a qualsiasi polemica, nel cast sono annunciate altre presenze internazionali come quella di Franco Nero, Sandra Ceccarelli ma anche dell'attore del Teatro Stabile Sloveno Romeo Grebenšek, arrivato attraverso l'agenzia TriesteCasting a uno dei ruoli principali. Geraldine Chapline ha settantatré anni in un corpo agile come quello di una ragazzina. Colei che ha vestito i celebri panni di Tonya, la moglie di Omar Sharif nel film di David Lean "Il dottor Zivago" ricorda il passato con affetto ma vive con entusiasmo il presente.


Che ruolo interpreta in "Rosso Istria"?
«Il ruolo di Giulia Visantrin, - risponde - amica dei Cossetto. È una piccola apparizione che fa da cornice alla storia. Appare all'inizio, quando è ancora bambina, e alla fine, quando è ormai una donna anziana che ricorda i fatti traumatici del passato. È un film sulla memoria, e suoi ricordi che non svaniscono. Si pensa che il tempo possa cancellare tutto, curare le ferite, ma non è così. Anzi, le memorie atroci ti accompagnano per tutta la vita. Giulia ha vissuto qualcosa di terribile e vuole che si sappia».
Conosceva i fatti storici che riguardano l'esodo istriano prima di accettare la parte?
«No, non questi in particolare. Ma in ogni guerra ci sono mille storie. Prima le raccontano i vincitori, poi gli sconfitti, e in mezzo ci sono altre mille storie da raccontare, piene di dolore e atrocità. Maximiliano, il regista, vuole che non si dimentichi».
Cos'è che l'ha convinta ad accettare questa parte?
«Mi è piaciuta subito la sceneggiatura per come è impostata, è molto particolareggiata. È come se ci fossero già gli stacchi, puoi già intuire quello che sarà il film una volta montato. C'è un'idea molto precisa di regia».
E qual è il messaggio?
«Non mi pare che ci sia un messaggio. Odio i film con un messaggio. Semplicemente c'è un monito, un invito a non dimenticare il passato. Ci sono storie che non si raccontano a scuola. Ed è questo il caso».
Sulla carta sembra una storia di divisioni. Forse il film dovrebbe proprio mettere in guardia dai pericoli delle divisioni?
«Speriamo che la storia non si ripeta, ma tutto sembra portare in quella direzione. E in questo senso dico che qualsiasi opportunità di ricordare il passato va colta. Soprattutto l'arte deve occuparsene. E soprattutto in tempi come questi».
Immagino che essere la figlia di un grande come Charlie Chaplin comporti onori e oneri.
«È semplicemente fantastico, non c'è un solo aspetto negativo. Non solo perché è stato il genio del secolo scorso, e probabilmente continua ad esserlo, ma anche perché la gente lo amava».
Ha lavorato anche nel cinema italiano. Zeffirelli, Guadagnino, Muccino…
«E anche con Nelo Risi, nel 1966. Ci pensavo proprio l'altro giorno perché anche quella era una storia di



Geraldine Chaplin nel Film Opera Prima di Maximiliano Hernando Bruno RED LAND (Rosso Istria)




La figlia di Chaplin arriva a Trieste per il film verità sulle Foibe

Geraldine Chaplin, figlia primogenita di Charlie Chaplin, è arrivata a Trieste per le riprese di “Rosso Istria – I giorni della vergogna”, il film scomodo che racconta la storia di Norma Cossetto e le persecuzioni partigiane
Geraldine Chaplin, figlia primogenita di Charlie Chaplin e della sua quarta moglie Oona O’Neill, è arrivata a Trieste pronta a vestire i panni di Giulia sul set del film “Rosso Istria – I giorni della vergogna”.


La pellicola racconta la storia di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana che, nel 1943, è stata gettata nella foiba di Villa Surani dai partigiani jugoslavi.
“Un film sulla memoria e sui ricordi che non svaniscono. Si pensa che il tempo possa cancellare tutto, curare le ferite, ma non è così. Anzi, le memorie atroci ti accompagnano per tutta la vita”. Ha commentato la Chaplin a Il Piccolo di Trieste a proposito del lungometraggio che l’ha condotta a varcare la soglia di quel “luogo pieno di fantasmi” – come lei stessa lo ha definito – che è il Magazzino 18. L’ormai famoso deposito di masserizie degli esuli, vero e proprio sacrario della memoria storica, dove si svolge la scena iniziale del film.
Il film
Il soggetto è di Antonio Belluco, figlio di esuli, mentre alla regia debutta il giovane attore italo-argentino Maximiliano Hernando Bruno. La produzione è targata Venice Film srl. La pellicola, ambientata tra Trieste, Padova e Grisignana d’Istria si concentra sulla storia della ventitreenne Norma Cossetto dalla cui tesi di laurea in lettere e filosofia è tratto anche il titolo del film. Una tesi che Norma non riuscirà a discutere perché, all’indomani dell’8 settembre, pagherà con la vita la scelta di non unirsi al movimento partigiano attivo in quei territori. Arrestata e condotta nell’ex-caserma della Guardia di Finanza di Parenzo, venne legata ad una tavola di legno e ripetutamente abusata dai suoi carcerieri. La notte tra il 4 e 5 ottobre fu gettata ancora viva nella foiba di Villa Surani da cui sarà estratta ormai cadavere, insieme ad altri 26 prigionieri, qualche giorno più tardi.
Una nuova sfida per la cultura

Anche se, come ha confermato la Chaplin, il film non contiene un messaggio politico ma semplicemente “un monito, un invito a non dimenticare il passato”, la cultura italiana è ancora ostaggio della “storiografia dei vincitori”. Basti pensare all’accoglienza riservata alla pellicola sull’eccidio partigiano di Codevigo dal titolo “Il segreto di Italia”, precedente fatica di Belluco, ma anche a “Magazzino 18”, celebre pièce teatrale di Simone Cristicchi. Entrambe le opere, duramente boicottate da Anpi e centri sociali, devono la loro diffusione al passaparola del pubblico, al sostegno delle famiglie delle vittime ed a quanti credono che la verità storica sia un passaggio chiave per la pacificazione nazionale. Una scommessa troppo rischiosa per i produttori cinematografici che spesso preferiscono fare marcia indietro, come potrebbe esser accaduto alla Film Commission Fvg che – per ragioni “meramente industriali” – ha deciso di non contribuire alla realizzazione del film sulla Cossetto.